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“Vorremmo tornare… ma come?”

Davvero bella e profonda la lettera che ci invia il nostro ascoltatore Alessandro. Attraverso le lenti della storia sua e di sua moglie, possiamo leggere in controluce tante centinaia di migliaia di storie simili.

Giovani italiani non necessariamente espatriati per necessità… che all’estero hanno trovato però opportunità migliori. E ora non riescono a tornare.

La storia di Alessandro:

“Ciao Sergio,

mi chiamo Alessandro, sono originario di Reggio Emilia, vivo fuori dall´Italia dal 2006 e ho compiuto 40 anni il 12 Novembre. 

Come avrai intuito é proprio il compleanno la molla che mi ha fatto scrivere questa lettera. In tutti questi anni ho sempre saputo che l´avrei scritta, aspettavo speranzoso il momento in cui avrei potuto scriverti che finalmente ero riuscito a “tornare”. Pensavo il momento fosse arrivato, ma purtroppo mi sbagliavo. Ho avuto conferma ieri che le negoziazioni che avevo in corso da quasi sei mesi per tornare a lavorare in Italia non sono andate a buon fine. Non ti posso descrivere la delusione che provo in questo momento e che penso mi accompagnerà per parecchio tempo.

Questa non é solo la mia storia, ma anche quella di Chiara, mia moglie, reggiana pure lei e con  due anni in più di me.  

Per entrambi la vita a Reggio é scivolata via liscia per i primi 30 anni, senza lasciare presagire nessuna intenzione o necessita´ di espatriare: scuola dell´obbligo, Liceo Scientifico (anche se non lo stesso, per fortuna), studi universitari a Parma, (Chimica Industriale per me, Chimica e Tecnologie Farmaceutiche per lei) e ingresso nel mondo del lavoro subito dopo la Laurea in un´azienda farmaceutica di Parma.

Secondo i canoni dettati dall´ormai compianto Ministro Padoa Schioppa, i nostri primi 30 anni hanno incarnato lo stereotipo del “Bamboccione”:  vita ancora in casa con i genitori, famiglie che ci accudivano in tutto, studi universitari rigorosamente fatti all´Universita´ dietro casa per evitare sbattimenti, e così via.

Poi pero´, durante i primi anni lavorativi, qualcosa e´ scattato, soprattutto in me: improvvisamente ho scoperto la passione per la scienza e per il mio lavoro. Non dovendo più studiare al fine di sostenere un esame mi sono ritrovato ad aprire libri di Chimica Analitica e di Tecnologia Farmaceutica di mia spontanea volontà, semplicemente perché volevo capire meglio e fare meglio il mio lavoro. Improvvisamente, mi sono accorto non solo che il mio lavoro mi piaceva, ma anche che, proprio perché mi piaceva, potevo farlo bene. In questo mi aiutava il fatto che l´azienda in cui lavoravo mi aveva dato grandi opportunità di imparare grazie alle ottime competenze sviluppate al suo interno.

Allo stesso tempo, immagino di essere maturato, e il desiderio di uscire dai “binari predefiniti” seguiti per 30 anni é cresciuto. Insieme alla curiosità di vedere il mondo e, soprattutto mettermi alla prova.

Dopo alcuni anni di esperienza lavorativa in Italia, sia io che Chiara abbiamo capito che avevamo bisogno di un cambiamento. Un po´ perché volevamo metterci alla prova in altre realtà, un po´ perché aspiravamo ad un maggiore riconoscimento e possibilità di crescita professionale.

Cosi´, quando nel 2006 mi arriva l´offerta da una multinazionale farmaceutica svizzera per un lavoro come Principal Scientist a condizioni non comparabili (in meglio, naturalmente) con quelle del mercato lavorativo italiano, non ci penso su due volte. Anche perché la multinazionale si dimostra da subito estremamente interessata al mio profilo, e capisco che per loro non sono “un giovane che deve fare gavetta”, ma un professionista con qualcosa da offrire.

Interesse che la stessa multinazionale dimostra immediatamente anche nei confronti di Chiara, alla quale non viene offerta una posizione, ma addirittura due! Ed entrambe a condizioni che in Italia potevamo solamente sognare.

Nell´estate del 2006, a 30 anni io e 32 Chiara, facciamo il grande passo: da Bamboccioni a tutti gli effetti che vivevano ancora con i genitori, ci spostiamo in Svizzera, a Basilea, a cominciare una nuova vita insieme da conviventi e una nuova esperienza lavorativa in un ambiente internazionale.

Se penso ora a quel momento, mi sorprende quanto l´eccitazione per il cambiamento e il grande passo fosse superiore alla paura. 

L´esperienza si rivela all´altezza delle aspettative, sia in ambito personale che lavorativo.

A livello personale ci costruiamo il nostro “nido” a Basilea, pur mantenendo tutti i contatti con amici e parenti in Italia, ci sposiamo nel 2008 e nel 2010 nasce nostra figlia Alice, nata a Basilea con passaporto orgogliosamente italiano. 

Conosciamo tantissime persone di un numero impressionante di nazionalità e ci facciamo “il nostro giro di amici”. Capiamo cosa siano gli stereotipi e i pregiudizi degli stranieri sugli italiani e degli italiani sugli stranieri. Apriamo una finestra che ci permette di capire l´eterogeneita´ dell´Europa e, in qualche misure, del mondo. Un´esperienza unica in tutti i sensi.

Lavorativamente il carico di lavoro e´ altissimo, ma non eravamo abituati a ritmi diversi in Italia. Nel nuovo lavoro pero´ il messaggio e´chiaro: la performance conta più di tutto e non c´e´ scappatoia che tenga. Alle parole devono seguire i fatti, non altre parole o scuse. Allo stesso tempo capiamo cosa voglia dire “essere presi sul serio” e non come novellini. Ricordo ancora il sorriso trattenuto a stento quando, il primo giorno di lavoro, il mio nuovo capo mi disse: “You are the Expert in this field within the company”. Impensabile prima.

Decisamente abbiamo trovato pane per i nostri denti. 

Ci buttiamo dentro questa nuova avventura forti dell´essere insieme e della voglia di provare a noi stessi che ce la possiamo fare e che ha ragione chi ci prende sul serio e non chi ci crede giovani che devono solo imparare. Le soddisfazioni non mancano, accompagnate da una buona dose di stress, notti insonni e sere e weekend passati a lavorare. 

Ma abbiamo messo tutto in conto e non ci spaventiamo.

Dopo qualche anno pero´ la voglia di tornare in Italia si fa sentire, decisamente più per me che per Chiara. E´ la voglia di tornare vicino alla famiglia, le radici che si fanno sentire, ma anche la voglia di mettere a frutto l´esperienza fatta non più all´estero ma in Italia, specialmente negli anni dove la crisi mordeva di più. Così teniamo gli occhi aperti negli anni, pronti a cogliere ogni opportunità. 

Arrivano anche tentazioni e offerte di lavoro in altri paesi, inclusi USA, che ci tentano perché ci sarebbe sempre piaciuto fare un´esperienza oltre oceano. 

Ma alla fine, per vari motivi, rimaniamo a Basilea, fino al 2014, quando, dopo aver “succhiato” tutto il nettare che potevamo da questa esperienza svizzera, siamo pronti a un cambiamento. 

Ci trasferiamo così, prima io, poi Chiara e Alice, a Monaco di Baviera, rimanendo in ambito farmaceutico, ma per aziende diverse. Io ricopro il ruolo di Senior Manager in Pharmaceutical Development, mentre Chiara e´ Senior Regulatory Manager. Siamo sempre a circa 500km da “casa” (Reggio Emilia), requisito importante.

Nuovo lavoro, nuova città, nuovo asilo per Alice, nuovo tutto. 

E arriviamo cosi´ ad oggi.

A Giugno di quest´anno si riallacciano i contatti con l´azienda farmaceutica per cui avevamo lavorato in Italia. Per noi sarebbe stata un´ottima opportunità, perché abbiamo sempre mantenuto un´ottima opinione della qualità del lavoro svolto da questa azienda, e delle competenza del suo personale. Opinione validata dal fatto che questa azienda e´ ai vertici italiani non solo per quanto riguarda trend di sviluppo, ma anche per investimenti in Ricerca e Sviluppo. 

Purtroppo, come ho scritto all´inizio di questa lettera, le cose non sono andate a buon fine. 

Vorrei comunque dire che le agevolazioni fiscali per il rientro dei “cervelli” avrebbero aiutato, perché per tornare avremmo dovuto accettare un taglio significativo dello stipendio. Purtroppo da questo punto di vista l´Italia rimane non attrattiva per i talenti stranieri. 

Nel nostro caso l´incentivo che si cerca di usare non e´ quello della legge Controesodo, ma quella per i ricercatori, avendo sia io che Chiara lavorato in Ricerca e Sviluppo. Devo dire pero´ che i recenti scivoloni del governo sulla legge Controesodo sono sicuramente allarmanti, perché  danno l´impressione che le regole possano essere cambiate dal giorno alla notte, anche dopo essere tornati. Non proprio un esempio di affidabilità e serietà.

Per chiudere, vorrei dire che potendo tornare indietro al 2006, rifarei la scelta di espatriare mille volte. E´ un´esperienza che ha cambiato (in meglio) la vita sia mia che di Chiara. Ci ha permesso di ampliare i nostri orizzonti, ma soprattutto, di emanciparsi da quel senso di perenne inadeguatezza e impreparazione che avevamo prima di partire. Ci ha permesso di provare a noi stessi di essere in grado di competere con i nostri pari stranieri. E quello che per me ha altrettanto valore, ci ha dimostrato che questo “successo” e´ anche il successo della formazione, della cultura ricevuta in Italia e del nostro essere italiani. Ci ha permesso di riscoprire l´orgoglio di essere nati in un paese che ne ha passate tante (come ci hanno raccontato i nostri nonni), e che, nonostante tutto si e´ sempre saputo rialzare e reinventare. 

Sarei voluto tornare anche per dare questo messaggio: basta pensare che gli altri sono migliori, perché non e´ vero.

E come ultima cosa, ora che ufficialmente non sono più giovane, sarei voluto tornare per poter investire nei talenti (giovani e non) e dare loro la possibilità di esprimersi e, soprattutto, mai sentirsi sottovalutati, sfruttati o perennemente meno validi solo perché anagraficamente “svantaggiati”.

Saluti”,

ALESSANDRO

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