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Lettera da Londra – “Qui ho visto sogni impossibili realizzarsi”

Davvero una bella storia, quella che ci invia Gianluca da Londra. Storia di passione, determinazione, e coraggio di fare il salto nel buio. Un manuale di ispirazione, per chi voglia fare la “grande scommessa”.

A raccontarla è lo stesso Gianluca, in questa lunga missiva dalla capitale britannica:

“Il mio nome è Gianluca, ho 24 anni, vivo a Londra dal 2010 e ho appena iniziato una lunga strada per coronare il mio sogno. Si chiama Gianluca’s Coffee Cult. 

Vengo da una frazione di un piccolo paesino di 2000 abitanti in provincia di Gorizia, San Pier d’Isonzo, Italia. A dirla tutta la frazione avrà massimo 40 abitanti. Dopo cinque anni di superiori al Liceo Scientifico di Gorizia, consapevole che la carriera universitaria non sarebbe stata la strada giusta da intraprendere per me, bisognoso di nuovi stimoli e orizzonti, decisi di trasferirmi in quella che sembrava essere la meta ideale di tanti alla ricerca di se stessi e di capire cosa fare della propria vita: Londra.

Arrivai tramite un’agenzia, che mi permise di avere un ostello, un conto in banca, un paio di colloqui di lavoro e la famosa Oyster, la carta per girare con i mezzi pubblici della City. Non parlavo inglese se non qualche parola, e ancora ricordo quando armato di valigie arrivai da solo a Liverpool Street Station nell’ora di punta londinese e allibito osservavo la velocità delle persone che sembravano tutte avere un impegno urgentissimo. L’ostello a pensarci ora non era proprio un castello, ma io lo vivevo con gli occhi di un 19enne che aveva appena iniziato a gustare la libertà che solo Londra ti può dare, e tutto mi sembrava così magnifico. 

Dopo qualche lavoretto, trovai un’occupazione fissa alla Exeter Steet Bakery nella zona di High Steet Kensigton, una delle zone più lussuose di Londra. Caffè Illy, cornetti caldi, e pizze fatte sul posto, uno dei numerosi angoli di Italia a Londra. Ricordo con emozione le nottate passate a far festa con gli amici e la sveglia alle cinque, cinque e mezza del mattino. Ricordo che scendevo dal letto stremato e appena mettevo piede in strada un sorrisetto appariva sulla mia faccia. Era simbolo di felicità. Alla “Bakery” mi misero davanti alla macchina del caffè, e io, che non avevo grosse esperienze lavorative se non in mezzo ai campi e nella pescheria dei miei genitori, mi trovai a innamorarmi di un oggetto in acciaio che trasformava magicamente l’acqua  in oro nero. La lingua la imparai grazie ai clienti più pazienti e ai colleghi più bravi, e il lavoro ce l’avevo nel sangue: i miei genitori gestivano la miglior pescheria di Trieste, e io sono cresciuto imparando a lavorare facendo la differenza, capendo che un ottimo prodotto deve essere accompagnato da un servizio eccezionale, e osservando i miei genitori lavorare sodo senza essere mai troppo stanchi per sorridere.  

L’ostello piano piano divenne troppo piccolo, e dopo diversi sacrifici riuscii a trasferirmi in una casa vicino Hammersmith, assieme ad un caro amico che nel frattempo mi aveva raggiunto e ad altri amici conosciuti a Londra. Ci spostammo ad Hammersmith, dove abbiamo convissuto con 12 persone. Lavorando sodo e allargando i gomiti, un aumento dopo l’altro, riuscii nuovamente a cambiare casa, questa volta in una zona molto più carina, Wimbledon Park, insieme a mio fratello e quattro amici italiani. Il trasferimento coincise con la mia promozione ad Assistant Manager alla Bakery, dove i miei capi mi lodavano per le mie doti e vedevano in me un giovane di talento che gestiva bene sia il negozio, sia il personale, sia i clienti.  

Volevo di più. Anche se ero giovane, fremevo dalla voglia di dimostrare che potevo fare di più, che non c’è un limite a niente. Potevo migliorarmi e accettare nuove sfide. Fu così che decisi di licenziarmi e cercare nuove avventure.  

La mia fidanzata Angela, di Gorizia, in procinto di intraprendere il suo ultimo anno alle superiori, decise coraggiosamente di andare contro i consigli di tutti, perdere un anno di scuola e raggiungermi a Londra a terminare gli studi superiori. Dopo due anni vivendo un’amore bellissimo e irripetibile a distanza mi raggiunse e mai scelta migliore fu più fatta. Ora studia in una delle più importanti università di design della city guadagnandosi da mangiare con un lavoro full time (solo lei sa come possa farcela) lavorando e facendo la Assistant Manager presso un punto vendita di una famosa catena di negozi di abbigliamento.  

Io trovai lavoro come Manager in un ristorante libanese parte di una grossa compagnia di ristoranti con sede a Londra. Incredibilmente, fu in un ristorante libanese che il mio amore per il caffè accrebbe ancor di più, grazie a corsi e studi nel mio tempo libero, filmati guardati e riguardati su youtube, prove di latte art. Quante tecniche, quanti tipi, quanti maestri, quanta concorrenza, quanta esperienza, quanta storia, e soprattutto, quanti gusti! Un mondo infinito, paragonabile al mondo del vino. Imparai da solo le basi della latte art e ora finalmente posso dire di essere un buon conoscitore. Ma non mi accontento. Non è nella mia natura. Voglio sempre di più.  

Un’idea prese allora forma nella mia testa: volevo costruire un mio negozio, con i miei ideali e le mie decisioni. Il caffè, il cibo e il buon servizio saranno  veramente di casa, mi ripetevo. Semplice, informale, ma con il caffè e il cibo tremendamente buoni. Iniziai a pianificare l’apertura del mio locale nelle pause sigaretta, nelle notti insonni – staccavo pur sempre mezzanotte e mezza da lavoro! -, e iniziai a leggere libri di marketing, di finanza, di strategie di vendite e di Business Management – praticamente, mi creai un percorso accademico personale. Fra Business Plan, Budget Plan, file excel pieni di numeri, presentazioni Power Point, appunti sui dettagli di un locale che esisteva solo nella mia testa, procedevo a piccoli passi verso un obiettivo che all’epoca mi sembrava così distante. 

Passavo le mie ore libere a cercare locali in vendita e a sedermici dentro con un contapersone nascosto in tasca per tenere il conto di quante persone entrassero e quante ne passassero fuori dalla porta, in diversi momenti della giornata. Tutto era pronto, ma nessun locale andava bene, o, forse, mi mancava quel pizzico di coraggio e follia per fare l’ultimo passo.  

La spinta me la diede la morte improvvisa di mio padre, in una fredda sera di febbraio. La notizia mi giunse mentre ero in ferie alle Canarie, e volai a casa nel più breve tempo possibile. Capii semplicemente una cosa: che la vita è troppo breve per star seduti a guardarla passare. Bisogna vivere intensamente senza paura, rischiando tutto. Se poi si perde, si potrà almeno raccontare cosa si prova a giocare. E allora il gioco doveva cominciare. 

Dopo un mese in Italia, tornai a Londra, e decisi che era giunta l’ora. Trovai un annuncio di un Juice Bar in vendita a Fulham, a due passi dallo stadio del grande Chelsea. Andai a vederlo di mattina presto, di mattina tardi, a pranzo, a cena, con il sole, con la pioggia, con il Chelsea in casa, con il Chelsea fuori casa, di domenica, di martedì, di giovedì. Lo conoscevo come le mie tasche. Sapevo esattamente in che ora e in che giorni passava più gente, quando c’era il sole sui posti fuori, e da che parte il vento tirava. La trattativa fu lunga, a Londra pochi si fidano di un ventiquattrenne italiano che vuole aprire un posto suo, dove fare la sua personale rivoluzione del cibo e del caffè. Dicevo a tutti di fidarsi, di credermi, che mi bastava avere un’opportunità e avrei creato un posto unico.  

Il mio caffè ha aperto le porte la mattina dell’undici dicembre 2015.  

Collaboriamo con uno dei migliori produttori di caffè d’Europa, il latte ce lo porta una piccolissima fattoria inglese, che mi ricorda il latte della fattoria di fronte casa mia di quando ero piccolo; utilizziamo le migliori macchine sul mercato (italiane naturalmente), abbiamo sviluppato un concetto forse unico di vendita totale del cibo, compresi panini e snacks, a peso; cuciniamo tutto nei due lab del locale, portando in tavola prelibatezze d’ispirazione italiana; abbiamo una termo-sigillatrice per offrire il massimo del comfort anche ai clienti take-away; il negozio è stato creato da una designer con uno stile unico, abbellito da il banco e dalla breakfast bar in marmo bianco, e piante che pendono dal soffitto arrivate dalla California.  

5 anni a Londra, 24 anni in tutto, e il mio primo caffè. L’Italia nel cuore, ma qui ho visto sogni impossibili realizzarsi”,

GIANLUCA

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