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Perché i giovani italiani “crescono” dopo…

Grazie infinite alla nostra ascoltatrice Sigal, che in questa lettera smonta alcuni dei modelli consolidati del modello “sociale-di studi-lavorativo” italiano, che nei fatti impediscono ai nostri giovani di affermarsi e crescere in tempi rapidi, rendendosi così indipendenti e competitivi sul mercato del lavoro.

Dal suo osservatorio israeliano, Sigal fotografa uno dei problemi del nostro sistema:

“Buongiorno,

mi chiamo Sigal, ho 23 anni e sono nata e cresciuta a Milano. All’età di 18 anni mi sono trasferita a Gerusalemme per studiare musica. La mia intenzione era studiare canto moderno e l’Italia è ancora abbastanza indietro per quanto riguarda l’insegnamento accademico di musica che non sia classica (ergo, Conservatorio). Dovevo quindi andare all’estero: siccome la mia famiglia ha origini israeliane, la scelta di Israele è stata abbastanza naturale. Quest’anno completerò il mio titolo in canto e composizione all’Accademia di musica e danza di Gerusalemme, scrivo e sono cantante e manager di un gruppo musicale che si sta facendo piano piano un nome qui in Israele.

Nei quattro quasi cinque anni che ho vissuto qui sono riuscita anche a rendermi indipendente economicamente, cosa che per i miei amici rimasti in Italia rimane ancora adesso impossibile. Dopo i primi due anni, passati a fare lavoretti come cameriera e donna delle pulizie improvvisata, sono stata assunta da un’azienda internazionale di costruzione di siti web. L’azienda ha business anche in Italia, così sono stata assunta nel team del supporto tecnico in lingua italiana.

Quello che mi ha molto sorpreso all’inizio, da italiana, e che ho poi visto essere abbastanza comune in Israele, era come questo lavoro fosse stato pensato per adattarsi appositamente alla vita di uno studente.

Quando sono stata assunta non mi hanno richiesto alcuna esperienza precedente (non ho mai studiamo computer o coding) ma mi hanno loro offerto un training di un mese pagato, dopo il quale ho potuto cominciare a lavorare.

Il team di supporto è formato in modo da avere alcuni componenti full timers e altri studenti, che lavorano fuori dagli orari di ufficio per offrire supporto 24 ore su 24. Quindi da studentessa posso lavorare la sera, durante i weekend e le festività, e adattare gli shift alla mia giornata di studi. La paga è molto buona, e questo mi consente di mantenermi da sola già da tre anni.

Oltre a questo lavoro, mi mantengo cantando in un coro professionista e mi sono pagata gli studi con borse di studi offerte dallo stato o dal comune di Gerusalemme in cambio di ore di volontariato.

Ragazzi italiani di 23 anni che vivono da soli (io sono in affitto in appartamento con altre due studentesse) e studiano riuscendo a lavorare senza essere più sulle spalle dei propri genitori, non ne conosco molti. Tutti i miei amici rimasti in Italia vivono ancora con i genitori (a meno che non si siano dovuti trasferire in una diversa città per studiare, e in quel caso sono i genitori a pagare l’affitto), e non possono permettersi di studiare e lavorare contemporaneamente. E’ vero anche che di amici italiani che sono andati a fare i camerieri e a pulire case pur di tirare su qualche soldo non ne ho molti, il che potrebbe far tornare alla mente il “choosy” che un paio di anni fa ha scatenato l’inferno dell’opinionismo universitario, ma credo ci sia un problema di sistema  e di cultura che effettivamente non permette agli studenti italiani di cominciare a mantenersi anche durante gli studi.

La cosa è causata da vari fattori legati uno all’altro, a mio parere:

– Cultura del “non si lavora quando si studia”
– Cultura del “bisogna finire gli studi quanto prima senza perdere tempo”
– Cultura del “bisogna trovare un lavoro nello stesso ambito in cui si studia”
– Cultura del “posto fisso” 
– Incapacità delle Università di fornire programmi di studio che permettano agli studenti di lavorare
– Mancanza di opportunità di borse di studio per il promo titolo 
– Incapacità delle aziende di offrire posti di lavoro che si adattino alla vita di uno studente

 Questi fattori influenzano l’approccio alla vita lavorativa sia da parte degli studenti, che da parte delle Università, che da parte delle aziende che potrebbero offrire un posto di lavoro agli studenti“,

SIGAL

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