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Lettera di un Imprenditore che ha delocalizzato… emigrando

***Avviso di servizio: il blog di “Giovani Talenti” è a mezzo servizio fino a fine ottobre, per alcuni aggiustamenti tecnici in corso. Per cui non aggiorneremo le storie settimanali, ma continuiamo a pubblicare le vostre lettere

…come quella di Vasco, che ci offre un altro punto di vista. Quello dell’imprenditore, emigrato all’estero per delocalizzare la propria produzione. La sua non è certo una categoria che gode di grande simpatia in Italia. E possiamo ben capirlo. Ma -tra le righe- emerge dalle sue riflessioni l’analisi di un Paese che non ha retto l’impatto della globalizzazione, obbligando di fatto alcuni imprenditori ad andarsene.

Un utile spunto di riflessione. Vi lasciamo alla lettera di Vasco, che ben racconta il prezzo personale che ha dovuto pagare:

Mi chiamo Vasco: fino al 1998 avevo una azienda tessile in Veneto. Un giorno mi accorsi che quella tanto osannata caduta del muro di Berlino, stava rivelandosi per me la fine del mio lavoro, anzi del mio “mestiere”… 

Un giorno, stanco di essere vessato da tasse esose imposte e balzelli di ogni tipo, sindacati che pretendevano adeguamenti strutturali all’edificio e costi di produzione insostenibili decisi,  prima di cambiare tipo di lavoro, di provare la tanto criminalizzata delocalizzazione. Per cui -in tempi non sospetti- andando contro le critiche di colleghi e amici, è iniziata la rincorsa del costo del lavoro più vantaggioso per poter essere competitivo, tra gli Stati del’ex-Patto di Varsavia, e di tentare la fortuna all’estero.

Da allora mi sono pippato 10 anni di Ungheria, poi 5 anni in Romania, e attualmente sono in Serbia da 4 anni. La decisione da un punto di vista si è rivelata vincente, in quanto qualche anno dopo la realtà del ricco nord-est si è polverizzata e moltissime aziende chiusero. Chiusero però facendosi male, TFR da pagare, debiti, tasse arretrate, portarono molti a ipotecare casa e capannoni. 

Dal punto di vista economico ne è valsa la pena , ma dal punto di vista umano ho distrutto la famiglia (avevo all’epoca una moglie e due figli piccoli).

 Figli che ormai adolescenti non mi “conoscono” ed io non conosco loro, anche se in tutti questi anni ho tentato disperatamente di essergli vicino. Ho perduto gli anni più belli dell’infanzia. E questo è il dramma che attanaglia tutti coloro, tecnici, imprenditori ecc che hanno dovuto lasciare il Belpaese.

Comunque si va avanti, anche perchè il ritorno in Italia è diventato una chimera, ancora più complicato, ora che dopo 18 anni si è perso il bandolo della matassa, e le prospettive di lavoro sono al lumicino, soprattutto per i manifatturieri. La mia storia, in sintesi, è la storia di tantissimi che conosco che hanno “dovuto” andarsene e che sognano di rientrare, ma ogni giorno che passa quel sogno si è ormai trasformato in incubo“,

VASCO

 

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